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Autofitoviv, vivai protetti dai patogeni riducendo la chimica

Autofitoviv, vivai protetti dai patogeni riducendo la chimica

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Il progetto “Autofitoviv – buone pratiche per l’autocontrollo e la gestione fitosanitaria sostenibile nel vivaismo ornamentale”. Vediamo in che cosa consiste.

 

I produttori di piante ornamentali si trovano di fronte a una triplice sfida. Impedire l’introduzione e diffusione di organismi nocivi, soprattutto di patogeni classificati nella normativa europea “da quarantena”, che sono in progressivo aumento per effetto della globalizzazione e del cambiamento climatico. Dare una risposta efficace alle maggiori richieste di garanzie sulla salute delle piante di autorità e clienti attraverso controlli, analisi, tracciamenti e passaporti. Realizzare questi due compiti così impegnativi riducendo l’uso di sostanze chimiche di sintesi e più in generale con metodi sempre più eco-sostenibili.

 

Il 3 novembre nel corso di un convegno web organizzato dall’Accademia dei Georgofili in collaborazione con l’Associazione vivaisti italiani (Avi) è stato illustrato il progetto “Autofitoviv – buone pratiche per l’autocontrollo e la gestione fitosanitaria sostenibile nel vivaismo ornamentale”: un progetto che è portato avanti nell’ambito del Programma di Sviluppo Rurale della Regione Toscana – a partire dal 2019 ma con qualche ritardo a causa della pandemia del Coronavirus – da un gruppo operativo con capofila l’Associazione vivaisti italiani (Avi), soggetto referente del Distretto vivaistico di Pistoia, e che mira proprio a fornire gli strumenti per affrontare tale triplice sfida del vivaismo ornamentale. E a farlo contenendo al massimo gli aumenti di costi produttivi, per non incidere negativamente sulla competitività dei nostri vivaisti nei mercati internazionali.

 

Come dichiara il presidente di Avi Luca Magazzini, ribadendo in sintesi quanto affermato nel suo intervento di apertura del convegno del 3 novembre, «il tentativo è trovare soluzioni e innovazioni che ci consentano di consegnare ai clienti piante in buona salute. Cosa sempre più difficile, perché da un lato i patogeni da cui difenderci e le criticità continuano ad aumentare provocando danni stimati intorno a 1 miliardo di euro in Italia, dall’altro aumentano anche le richieste di garanzie sulla salute delle piante e di eco-sostenibilità dei processi produttivi. Il Servizio Fitosanitario vigila costantemente, ma c’è sempre più bisogno che gli addetti delle aziende siano preparati e capaci di intervenire facendo autocontrollo fitosanitario, come del resto richiedono le nuove norme europee sulla protezione delle piante. Quindi saremo felici di condividere i risultati di questo progetto, che vede impegnate due aziende leader del distretto vivaistico pistoiese, con tutti gli altri vivaisti interessati».

 

In che cosa consiste il progetto Autofitoviv

Il gruppo operativo che realizza il progetto Autofitoviv, come spiegato dall’agronomo collaboratore di Avi Emilio Resta durante il webinar del 3 novembre, è formato dai seguenti partner: Associazione Vivaisti Italiani nel ruolo di coordinatore; i centri di ricerca “Difesa e certificazione” di Firenze e “Orticoltura e florovivaismo” di Pescia del Crea; l’Istituto per la protezione sostenibile delle piante di Sesto Fiorentino del Cnr (CNR-IPSP); i dipartimenti di Scienze agrarie delle università di Firenze e di Pisa; le aziende Vannucci Piante e Innocenti e Mangoni del Distretto vivaistico ornamentale di Pistoia; per la in/formazione PIN – Polo Universitario Città di Prato e l’Accademia dei Georgofili per l’attività convegnistica.

 

Il progetto è finanziato nell’ambito del bando PS-GO 2017 del PSR 2014 – 2020 della Regione Toscana (fondi FEASR): si basa su un piano strategico che rientra nella tematica n. 6 “Controllo delle avversità con metodo a basso impatto ambientale” e attiva le seguenti misure del PSR: 16.2, 1.1, 1.2, 1.3. Autofitoviv è un progetto che prende spunto dal “Protocollo per l’autocontrollo fitosanitario” dell’aprile 2015 tra la Regione Toscana e il Distretto vivaistico pistoiese, che incentivava «le aziende ad adottare criteri autonomi di controllo atti ad evitare l’introduzione di organismi nocivi da quarantena». Esso risponde a «una esigenza specifica della nuova disciplina fitosanitaria (Regolamento Ue 2016/2031) per l’utilizzo del passaporto delle piante»: i passaporti possono essere rilasciati solo per piante e prodotti vegetali che sono stati sottoposti a esami scrupolosi effettuati da operatori autorizzati nei periodi opportuni e adeguatamente registrati. E anche a un’altra esigenza complementare del medesimo regolamento: un’adeguata preparazione degli operatori autorizzati.

 

E in effetti, come anticipato da Emilio Resta e in seguito precisato da Ilaria Marchionne del Lab Center for Generative Communication, sono previsti dei corsi di formazione rivolti agli operatori delle aziende vivaistiche: i primi due, interamente gratuiti, stanno per iniziare e riguardano le “Tecniche di autocontrollo e di riconoscimento tempestivo di fitopatologie o di parassiti” (23 novembre – 3 dicembre 2020, scadenza iscrizione 18 novembre) e la “Gestione fitosanitaria sostenibile dell’azienda vivaistica” (4-18 dicembre 2020, scadenza iscrizione 20 novembre). Clicca qui per ulteriori informazioni sulle modalità delle domande e i requisiti per partecipare.

 

Due sono in generale le finalità di questo progetto di autocontrollo fitosanitario: a) contrastare l’introduzione inconsapevole e la diffusione di organismi patogeni alloctoni; e b) ridurne l’impatto ecologico, economico e sanitario all’interno dei vivai e nelle aree circostanti. Con «particolare attenzione allo sviluppo di strategie alternative per il contenimento delle infestanti, perché su questo fronte c’è un maggiore uso di prodotti chimici».

 

In concreto, per il controllo delle piante in ingresso nei vivai, sono iniziate e proseguiranno sperimentazioni di trappole di varia natura, controlli visivi, verifiche di termografia a raggi infrarossi e prelievi di campioni da sottoporre a metodi diagnostici di biologia molecolare. Inoltre, per facilitare l’allerta rispetto a organismi nocivi da quarantena, schede identificative a cui le aziende potranno riferirsi, protocolli di gestione fitosanitaria, analisi dei terricci e delle acque di irrigazione aziendali.

 

Per la gestione fitosanitaria del vivaio, vengono sviluppati un sistema basato sulla diagnosi precoce (con uso di trappole e captaspore) delle principali avversità delle specie vivaistiche, una rete di monitoraggio per la raccolta dei dati necessari a correlare il ciclo biologico degli organismi nocivi, l’applicazione di mezzi di lotta sostenibili per controllare insetti, acari, nematodi e patogeni; infine, per la lotta alle infestanti, diffusione di informazioni agronomiche (per il riconoscimento delle malerbe, prevedere le infestazioni e sugli erbicidi naturali disponibili) e applicazione di metodi alternativi indirizzati verso la lotta integrata.

 

Le ricerche e sperimentazioni avviate

Tutti gli specifici aspetti in cui è articolato il progetto Autofitoviv sono stati illustrati durante il convegno web del 3 novembre dai ricercatori che li seguono. A questo link è possibile rivedere per intero in un video di 3 ore e 58 minuti il webinar con tutte le relazioni.

 

In estrema sintesi, nella prima parte sono intervenuti quattro ricercatori del Centro di difesa e certificazione del Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria). A cominciare da Sauro Simoni, che nella sua relazione “Criticità nel controllo di Acari eriofidi in vivaio”, dopo una descrizione degli eriofidi (di cui in Italia si conoscono 33 generi e 240) e dei danni che provocano alle piante (galle e deperimento), si è concentrato sul Trisetacus juniperinus, che attacca il cipresso, e sulle sperimentazioni condotte su alcune varietà di cipressi in alcuni vivai. Si è notato che la colonizzazione di questo eriofide è più difficile nella varietà “Totem” del Cupressus sempervirens, che ha una crescita meno vigorosa rispetto al ‘Pyramidalis’.

 

Elisabetta Gargani ha trattato “La gestione fitopatologica in vivaio: alert su alien pest” ricordando innanzi tutto che sono stati stimati in 1 miliardo di euro i danni da organismi alieni nocivi al sistema agroalimentare italiano. La ricercatrice del Crea si è soffermata, tra le specie aliene più preoccupanti indicate dalla normativa europea, sulle seguenti: Anoplophora chinensis (tarlo asiatico), Halyomorpha halys (cimice asiatica o marmorata), Popillia japonica (coleottero o scarabeo giapponese), CTV (Citrus tristeza virus, tristezza degli agrumi) e Xylella fastidiosa (batterio). Poi, dopo aver descritto le fasi di una invasione biologica (introduzione in un nuovo areale – colonizzazione – naturalizzazione e diffusione incontrollata), ha sottolineato l’importanza di un costante monitoraggio per identificare precocemente gli invasori e definire la micro-distribuzione delle specie. Nei vivai pistoiesi coinvolti nel progetto, ha spiegato, hanno posizionato a luglio 2020 nei piazzali di carico e scarico trappole per la cattura di insetti xilofagi che vengono controllate una volta al mese e per ora non sono stati individuati insetti esotici, ma solo due insetti quali Orthotomicus erosus e Pityogenes calchographus, che sono diffusi nell’area mediterranea e hanno come principali piante ospiti quelle appartenenti al genere Pinus.

 

Silvia Landi ha parlato della “Gestione dei nematodi galligeni in vivaio: dal monitoraggio dei suoli al controllo ecosostenibile”. Lo scopo del progetto è predisporre linee guida per il campionamento del suolo e dei terricciati per il monitoraggio dei nematodi galligeni (che sono simili a vermi micrscopici) e di linee guida per i trattamenti con prodotti a basso impatto ambientale. Si è concentrata sul genere Meloidogyne perché è il gruppo economicamente più importante fra i nematodi fitoparassiti, causando perdite di produzione di pomodoro a livello mondiale del 20%. Sono polifagi e attaccano oltre 3 mila specie vegetali. Ne esistono 97 specie diverse. Danneggiano le radici (quindi non si vedono) e facilitano l’ingresso di funghi e batteri patogeni con effetto dannoso sinergico. Come affrontarli? Con tecniche di difesa integrata. Tre i filoni da perseguire: 1) nuovi principi attivi di origine vegetale, fra cui l’estratto d’aglio e l’estratto di Tannino di castagno, 2) piante biocide che emettono sostanze gassose che sono tossiche per i nematodi e 3) lotta biologica conservativa. Nei vivai di Autofitoviv sono stati avviati monitoraggi dei suoli e dei terricci impiegati nella vasetteria per verificare la presenza di nematodi fitoparassiti, comprese le aree di travaso dopo il travaso di talee o piante allevate in contenitore e piante da zolle.

 

La relazione di Anita Rose Haegi aveva per tema “La gestione fitopatologica in vivaio: rilevamento di Phytophthora spp. nel suolo e nelle acque di irrigazione”. Cioè la realizzazione di sistemi di controllo in vivaio della presenza di Phytophthora spp tramite analisi dei terricci e delle acque aziendali con metodi di biologia molecolare basati sulla PCR o Real time PCR (dove PCR sta per reazione a catena della polimerasi, una tecnica di biologia molecolare che serve ad ampliare gli acidi nucleici). Obiettivo: definizione di protocolli per il campionamento e identificazione di problematiche fitosanitarie non solo sulle piante ma anche sull’ambiente circostante: aria, suolo, terricci e acque di irrigazione. I marciumi radicali, ha spiegato, sono un problema diffuso nei vivai e possono essere causati da diversi patogeni, ma i più emergenti sono del genere Phytophthora spp, che sono organismi oomiceti del regno Stramenophyla simili ai funghi e difficili da eradicare. Nei vivai italiani se ne sono rinvenute 20 specie, la maggior parte sono nuove o segnalate su nuovi ospiti e sono polifaghe. Un’emergenza che riguarda sia piante ornamentali che forestali, frutticole e orticole. Il progetto prevede analisi a campione dei terreni delle piante in arrivo (vasi), dei terreni in cui sono presenti piante sintomatiche, suoli, terriccio. E poi analisi delle acque di irrigazione: pozzi, riserve, in uscita dai sistemi di filtrazione e canali di scolo interni al vivaio.

 

Dopo queste prime quattro relazioni, è stata la volta di Sonia Cacini, ricercatrice del Centro di ricerca Orticoltura e Florovivaismo di Pescia del Crea, con la relazione “Reti di monitoraggio e approccio modeling per la gestione fitosanitaria del vivaio”. Il suo lavoro consiste, una volta definite le aree e colture in cui effettuare il monitoraggio della diffusione di fitoparassiti (quali oidio, ruggine, insetti xilofagi, acari, nematodi), nella progettazione dell’installazione di reti di monitoraggio per la verifica delle condizioni microclimatiche da correlare con la comparsa di fitopatogeni/fitoparassiti, nella costruzione di database in cui inserire i dati utili (densità colturale, substrato colturale, interventi di potatura, gestione irrigua e nutrizionale ecc.) e poi nell’uso dei dati per correlare il ciclo biologico degli organismi considerati all’andamento climatico e alle operazioni colturali per la messa a punto di sistemi di alert adeguati. Ad oggi tre sono le metodologie applicabili: l’approccio spettroradiometrico (remote sensing) basato su sensori di tipo multispettrale e iperspettrale per l’analisi della fluorescenza, della riflettanza e/o assorbanza; l’approccio proximal sensing tramite sensori per monitorare la traspirazione, l’attività fotosintetica della pianta e/o il contenuto in clorofilla; e l’approccio modeling basato su reti di monitoraggio e modelli previsionali che prevedono l’insorgenza e/o comparsa di fitoparassiti in relazione in particolare alle variabili microclimatiche, prima che siano visibili sulle piante i sintomi specifici. Modelli, ha spiegato Sonia Cacini, molto complessi e ancora poco applicati nel vivaismo. Nei vivai delle aziende partner, oltre a correlare i dati microclimatici nella sperimentazione associata al monitoraggio della tignola del pesco su Photinia x fraseri ‘Red Robin’ e su Prunus laurocerasus in vaso, il suo gruppo ha effettuato un campionamento per la caratterizzazione chimico-fisica dei substrati colturali dei diversi vivai e tipologie di coltivazione (giovani piante, piccoli arbusti, alberature ecc.).

 

Nella relazione “Diagnostica precoce per il controllo di patogeni alieni invasivi” Alberto Santini, ricercatore del Cnr, ha per prima cosa messo in fila i principali fattori che causano la comparsa di nuove malattie: comparsa di un nuovo patogeno in un ecosistema, comparsa di ceppi più virulenti in un’area dove c’era già, introduzione di nuovi vettori di trasmissione del patogeno, cambio delle pratiche di coltivazione che favoriscono il patogeno, cambio di specie e cultivar, consistenti cambiamenti climatici. Poi ha mostrato un grafico sulla crescita esponenziale dei patogeni di piante legnose in Europa da inizio ‘800 ad oggi, con i maggiori salti in avanti nei periodi 1975-99 e dal 2000 ad oggi. Una delle principali cause del fenomeno, ha detto Santini, è che «le ispezioni alle frontiere si concentrano su un numero limitato di organismi nocivi, sulle liste di quarantena e sono principalmente limitate agli esami visivi delle parti aeree delle piante». Passando al suo lavoro sulla diagnostica precoce, centrato su malattie quali Oidio e Ruggine, ha illustrato il sistema di monitoraggio aerobiologico adottato che si occupa del riconoscimento e quantificazione delle spore fungine ed è basato sull’utilizzo di speciali captaspore e di protocolli che consentono controlli molto veloci sul campo (fino a 16 campioni in 30 minuti) utilizzando metodi molecolari. Protocolli già ottimizzati per Ceratocystis platani, Phytophtora ramorum, Xylella fastidiosa e Fusarium circinatum.

 

Strategie a basso impatto ambientale per il controllo di insetti dannosi in vivaio” era il titolo della relazione di Patrizia Sacchetti, prof. dell’Università di Firenze, che ha trattato la questione del «controllo di fitofagi chiave delle colture ornamentali mediante l’impiego di mezzi sostenibili» e ha illustrato alcune delle azioni in cui è impegnata: applicazione della tecnica “Mating Disruption (MD)” (confusione sessuale) per proteggere le colture di Photinia e altre rosacee ornamentali da Cydia molesta; impiego di nematodi e funghi entomopatogeni per limitare gli attacchi di Otiorhynchus spp. alle radici di Prunus laurocerasus; applicazione della tecnica MD e di nematodi entomopatogeni per controllare gli attacchi di rodilegno giallo su latifoglie; applicazione di mezzi preventivi (reti antiinsetto) e curativi (nematodi entomopatogeni) contro Paysandisia archon.

 

Infine Stefano Benvenuti, prof. dell’Università di Pisa, ha tenuto una relazione sul tema “Flora infestante nell’attività vivaistica: quali strategie agronomiche per una gestione sostenibile”. Ha spiegato che il suo lavoro per Autofitoviv è consistito nel fare prima il punto sulla gestione convenzionale delle infestanti per passare poi alle indagini agro-ecologiche sulle malerbe. Obiettivi: sperimentare sistemi di controllo sostenibile e massimizzare i metodi di difesa preventiva. Tra le principali problematiche attuali della gestione convenzionale ha citato questioni agronomiche quali l’esistenza di flora che sfugge ai comuni erbicidi, problemi ambientali quali il fatto che erbicidi come il glifosate sono destinati a progressive restrizioni normative e la circostanza che le alternative disponibili in commercio costano di più e sono meno efficaci. Benvenuti ha poi illustrato le indagini malerbologiche svolte nei vari ambienti dei vivai (in campo, nei vasi e nei piazzali) individuando le specie di infestanti prevalenti e le loro modalità di disseminazione. Lo studioso ha stilato anche una “top ten” delle malerbe dei vivai: Conyza canadensis, Aster squamatus, Sonchus spp., Epilobium spp., Sagina procumbens, Cardamine hirsuta, Senecio vulgaris, Portulaca oleracea, Digitaria sanguinalis, Chamaesyce maculata. Tra le altre cose Benvenuti, pur presentando alcune «nuove malerbe esotiche» (per lo più tipiche di ecosistemi umidi o sommersi), ha fatto notare che sono pochissime le differenze fra vivai delle varie parti del mondo, perché c’è una sorta di «globalizzazione malerbologica» al netto di poche differenze legate alle condizioni climatiche. Tra i vari argomenti toccati, gli erbicidi candidati quali alternative al glifosate. Tra i quali ha citato l’acido pelargonico, che è efficace su molte malerbe, ma meno su alcune specie (Portulaca olearacea) ed è piuttosto costoso; e poi l’acido acetico e alcuni oli essenziali. Ultimo argomento toccato la bio-fortificazione del materiale pacciamante e gli spessori degli strati di pacciamatura.

 

La trappola Multifunnel.                       La trappola Theysohn.